giovedì 12 ottobre 2017

El pueblo urla al golpe. Vero o falso?





di Sergio Di Cori Modigliani

Uno degli aspetti più inquietanti dell'attuale fase quotidiana, nella quale siamo immersi, consiste nell'usura di termini e vocaboli che, inevitabilmente, finiscono per cancellare il "Senso" della comunicazione verbale tra umani in lingua italiana..
In tal modo si afferma l'egemonia dell'annuncio, dello slogan, della pubblicità, e il marketing mediatico vince sulla sostanza progettuale.
In questo specifico caso mi riferisco alla battaglia politica in corso tra tutti i partiti presenti nell'arco parlamentare, in riferimento alla legge elettorale.
Noi viviamo in una repubblica democratica parlamentare.
L'esecutivo si poggia su un meccanismo di alleanze che consenta di avere in aula almeno il 50,1% dei consensi.
L'abilità dei leader politici la si manifesta quando riescono a ottenere un accordo tale da reggere l'urto nell'inevitabile scontro con le forze che si oppongono.
Il M5s, sulla carta il più forte gruppo di opposizione parlamentare, ha deciso di non partecipare al confronto basando la propria scelta sul principio "Noi siamo diversi, non trattiamo con nessuno".
Quindi, si sono chiamati fuori.
Altri, numericamente molto più deboli di loro, si sono visti, riuniti e si sono messi d'accordo.
Il M5s sostiene che si tratta di un "golpe" ed è una scelta "eversiva". E qui crolla il Senso della lingua italiana.
Si spaccia per verità o progetto uno slogan mediatico.
Come fa la maggioranza parlamentare a essere eversiva, dato che il termine -per definizione- fa riferimento a un colpo sferrato da una minoranza contro la maggioranza?
Se è maggioranza, non può essere eversiva.
Idem per articolo 1 e sinistra italiana che condividono la stessa identica posizione: "Noi non trattiamo a nessun livello con Renzi" hanno dichiarato, dimenticandosi che attualmente è il segretario politico eletto del più importante partito italiano.
Anche in questo caso la scelta è legittima.
Se loro e i loro elettori sono contenti così, ok.
Se non vogliono mettersi d'accordo "per principio" è inevitabile che le altre formazioni approfittino dello spazio vuoto "regalato" e si mettano d'accordo tra di loro.
Mi sembra ovvio e davvero banale.
Non a caso si chiama battaglia parlamentare.
Quindi, in conclusione, chi usa questi termini, non sta affatto partecipando al gioco della repubblica parlamentare.
Sta parlando di un mondo reale diverso.
Di un gioco altro.
In Politica si vince quando si ha la maggioranza e si perde quando si è in minoranza.
Non ci si sottrae mai.
O meglio, lo si può anche fare.
Ma allora, viene spontanea la domanda: che cosa ve ne importa di andare in parlamento se tanto non volete allearvi con nessuno e sapete con matematica certezza che non otterrete mai alle urne il 51% dei voti validi?
Questo sarebbe l'unico caso in cui avrebbero ragione.
Vi sembra realistico?

mercoledì 11 ottobre 2017

Adelante Pedro con juicio: Barcellona docet!






di Sergio Di Cori Modigliani


I catalani, come è noto, hanno inventato la creatività surrealista, producendo l'imbattibile meraviglia di Gaudì, Salvador Dalì e Luis Bunuel.
Basterebbero questi tre per meritarsi un posto perenne nel Pantheon degli Immortali che hanno contribuito a forgiare l'immaginario collettivo europeo.
Adesso hanno inventato la "Indipe", ovvero "l'indipendenza a metà": una nuova forma di costruzione di uno stato sovrano che non è uno stato sovrano, di una rivoluzione che è contemporaneamente rivolta e conservazione, rottura e dialogo, scontro e incontro.

La Indipe è il grande sogno irrealizzato di Andrè Breton, Marc Chagall e il gruppo dei Dada.
Da noi, in Italia, è arrivata la variante pecoreccia; Renzi lancia la rottamazione della vecchia guardia e si allea con Berlusconi, il quale denuncia l'impossibilità di dialogo con Salvini ma si presenta alle elezioni insieme a lui; Bersani e D'Alema pretendono e impongono le primarie nel loro partito e siccome le hanno perse sostengono che non hanno valore, vogliono un grande movimento di centro-sinistra la cui condizione di base consiste nel fatto che non ci sia il centro.
Infine, il M5s, capitanato da un miliardario che sostiene di essere come S. Francesco, che è il leader riconosciuto ma anche no, è sempre oltre ma è anche di lato. Per non parlare del Papa, amministratore delegato dello Ior, il più importante centro finanziario speculativo del pianeta, capo dello stato più ricco del mondo (circa 20.000 miliardi, un 20% in più degli Usa) il quale sostiene che "povero è bello e soltanto chi non ha nulla andrà in Paradiso".
In Europa poi il trend è chiaramente quello: l'unico grande statista della civiltà progressista, razionale ed evoluta del vecchio continente, che tiene alta la bandiera dei valori della sinistra, è Angela Merkel che è di destra.

Non ci si può sorprendere se in un teatro come questo, la signora May abbia proposto alla Ue la soluzione vincente: una Brexit che non è una Brexit, del tipo "facciamo che è Brexit quando siamo a Londra, non appena arriviamo a Calais invece siamo di nuovo Ue".
Con l'idea del potere che hanno gli Umani non ci si annoia mai.

venerdì 6 ottobre 2017

Dedicato ai giovani d'oggi: il delirio dell'ideologia.






di Sergio Di Cori Modigliani


Il delirio nefasto dell'ideologia.
La stragrande maggioranza dei giovani d'oggi non ha la minima idea di chi sia il signor Cesare Battisti, nè che cosa ha fatto.
A meno che non siano attivisti militanti di gruppi e/o formazioni politiche che si auto-definiscono (grazie ai giornalisti che hanno inventato questo termine mediatico) "antagonisti".
Tuttora, il signor Cesare Battisti è sostenuto e appoggiato da gran parte delle forze politiche dell'estrema sinistra, compresi nomi di politici importanti famosissimi che hanno contribuito a trasformare in eroe e avventuriero una persona che la Giustizia italiana, in via definitiva, ha definito "assassino spietato, criminale pericoloso per la società, motivato esclusivamente dall'odio" condannandolo a due ergastoli per aver ucciso (personalmente) due persone e aver dato ordine di ucciderne altre due.

Da diversi anni, dopo essere stato accolto a Parigi, difeso e sostenuto da intellettuali deliranti francesi che odiano e disprezzano l'Italia e gli italiani, era fuggito in Brasile dove era diventato un divo, appoggiato dal presidente Lula. Personaggio della vita mondana sudamericana era diventato anche un personaggio televisivo ad alto impatto mediatico, dedito ad una vita trascorsa nel lusso edonistico, nella ricchezza materiale e nella produzione e diffusione di odio puro nei confronti dell'Italia e di tutto ciò che è italiano.
 

Ma che cosa ha fatto, esattamente?
 

Il 6 Giugno 1978 ha sparato (uccidendolo) a un maresciallo di 52 anni, Andrea Santoro.
Il 16 Febbraio del 1979, a Milano, ha sparato, uccidendolo, al gioielliere Pierluigi Torreggiani, reo di aver ucciso, per difesa, un rapinatore della mafia siciliana otto mesi prima. Dati i rapporti stretti che il Battisti aveva stretto con la criminalità organizzata, lo uccisero per vendetta. Il Torreggiani cercò di difendersi, ma ebbe la peggio; il figlio -presente in gioielleria- cercò di intervenire, ma il Battisti gli sparò un colpo perforandogli la spina dorsale, condannandolo a una vita su una carrozella.
Nell'autunno del 1979, diede ordine di uccidere Andrea Compagna e Lino Sabbadini, due piccoli commercianti, dichiarando (lo disse anche nel corso del processo, essendo reo confesso) che "avevo deciso di porre fine alla loro squallida esistenza".

Per motivi che esulano dalla comprensione di ogni italiano pensante democratico, ancora oggi gode in Italia e in Sudamerica di fortissimi appoggi politici e un vasto consenso nell'ambiente della sedicente "sinistra antagonista".
Questo post è dedicato alla memoria delle quattro vittime e delle loro famiglie, è dedicato soprattutto ai giovani di oggi ai quali non è stato spiegato nel dovuto dettaglio quali siano i capi di imputazione e le motivazioni della sua condanna.
Informatevi sui fatti, e non fidatevi di chi lo sostiene e lo appoggia.
Siate di sinistra, se questa è la vostra scelta politica, ma diffidate dalle imitazioni, in maggior conto -come in questo caso- se sono truculente, malvagie, intrise di opportunismo, malafede e un cuore nero.
Come la pece.

lunedì 2 ottobre 2017

Catalexit docet






di Sergio Di Cori Modigliani


Il caso di Barcellona ci conferma la definitiva affermazione
della "Nimby revolution" (celebre acronimo anglofono che sta per "Not In My Back Yard", che in italiano equivale a "Non nel mio orticello"):


Le nazioni e popolazioni più ricche d'Europa hanno deciso di andare all'attacco dei più poveri dichiarando secessione, indipendenza, autonomia e blablabla, perchè vogliono vivere in un mondo in cui non si pagano le tasse allo stato centrale, non vogliono re-distribuire la ricchezza, detestano i controlli, pretendono massima libertà di speculazione nel nome di "libertà dei capitali - libertà dalle capitali" e vogliono imporre la loro visione del mondo, una società nella quale non esistono regole da seguire se non quelle di attirare come una calamita capitali finanziari in uscita portati da immondi squali di ogni genere, attrarre turismo di massa in cerca di gnocche, efebi, sballo di varia natura e droghe esotiche alla moda.

E' il Grande Paradosso dei nostri tempi, l'ultima frontiera della società iper-liberista che potrebbe suonare anche così: 

"Visto che voi, caro popolo, dite sempre che volete fare la rivoluzione, noi ve la facciamo fare e addirittura la guidiamo. Così ci facciamo una barca di soldi e per voi ci sono: coriandoli, briciole di torte alla panna, palloncini colorati, concertoni rock, partite di calcio sublimi, e tanti tanti tanti comizi sulla bellezza dell'essere autonomi, indipendenti, sovrani e liberi. Più liberi di noi, non c'è nessuno".

El pueblo unido commosso, ringrazia e scende in piazza.

Come dire: dopo il danno, la beffa.

giovedì 28 settembre 2017

Brava Italia: successo della nostra diplomazia.


di Sergio Di Cori Modigliani

Peter Jennings, il celebre direttore dei servizi gionalistici della Abc news, in un suo famoso seminario sulla comunicazione a Berkeley, spiegava allora come funzionava il giornalismo.
"Immaginate che io domani apra il mio telegiornale con una clamorosa notizia del tipo:
 

"Una brutta e una buona notizia: quella fantastica ci dice che a Parigi, Mosca e New York sono sbarcate tre astronavi con i marziani e la popolazione locale circonda incuriosita gli extra-terrestri. La pessima notizia sta nel fatto che dai primi accertamenti sembra che i marziani siano buoni, pacifici e armoniosi".

Le buone notizie, infatti, non hanno mai seguito o condivisione. Le persone sono attirate e attratte dalla morbosità. Chi produce comunicazione lo sa e si adegua.
E' un fatto notorio.


Questa premessa per commentare la generale indifferenza sonnacchiosa con la quale è stata accolta sul web (quindi su facebook) la notizia relativa all'esito dell'incontro bilaterale Parigi-Roma, che si sè svolta ieri a proposito della questione Fincantieri-Stx. L'azienda italiana, come è noto, aveva acquistato quella francese la scorsa primavera garantendosi il 51% delle azioni e il controllo della società. A giugno, Macron era intervenuto sostenendo che essendo la Stx strategica per la nazione francese, il governo applicava la clausola militare grazie alla quale manteneva il 50% e il controllo dell'azienda. Il governo italiano aveva protestato e il ministro Calenda aveva dichiarato: "Noi non cederemo mai. Abbiamo pagato per avere il 51% e pretendiamo il 51%. Non ci spostiamo neppure di un centimetro". Quattro riunioni che avevano spinto le delegazioni al limite della rottura e infine la reciproca decisione di incontrarsi a Parigi il 27 settembre per prendere una decisione.
L'esito è stato salomonico, definito da entrambi "soluzione creativa". Ed è stato il seguente: Il governo francese mantiene il proprio punto ed è socio al 50% come l'Italia; per rispetto al patto precedente, "presta" l'1% all'Italia a costo zero per la durata di 12 anni, in modo tale che Fincantieri possa rimanere l'azionista di maggioranza con la possibilità di poter eleggere un proprio presidente e un proprio amministratore delegato. Grazie al 49%, la Francia controlla "a latere" la modalità di gestione degli italiani.
Grazie a questa decisione nasce il più potente gruppo di costruzioni navali, civili e militari, dell'intero continente europeo. Darà lavoro a circa 150.000 persone in Francia e almeno 25.000 in Italia, contribuendo all'aumento di entrambi i pil.
La notizia, quindi, avrebbe potuto essere una buona notizia (in un paese normale, dove non esiste la costante polemica, il tifo, l'odio generalizzato, il livore, la rabbia cieca, e l'amore infinito per tutto ciò che va male, che è brutto, disgustoso, indecente e malvagio) e quindi essere presentata al proprio pubblico nazionale nel seguente modo:
"Successo della diplomazia italiana: Gentiloni e Calenda vincono il round con Macron e mantengono la propria posizione imponendo il rispetto dei patti sanciti".
Sul nostro web, invece, no news.
Come ci ricordava Jennings, una buona notizia è inutile.
Così va l'Italia.

lunedì 18 settembre 2017

Si chiama hikikomori . E’ considerato il più grande pericolo psico-sociale per la nostra specie.


I


 di Apr 15, 2015


Il primo campanello d’allarme ufficiale è suonato una decina di anni fa, nel 2006.
Anche se ne parlavano già alla fine degli anni’80.
E’ accaduto in Giappone, il paese al mondo che più di ogni altra nazione sul pianeta, segue le problematiche sociali della propria popolazioni con grande cura e attenzione e interviene sempre preventivamente.
Così la loro cultura e tradizione.
Le cifre parlano chiaro: in Giappone la disoccupazione è intorno all’1%, i poveri sono lo 0,3% della popolazione, gli indigenti lo 0,7%. Non hanno spese militari, hanno il più grande disavanzo pubblico del pianeta (equivalente a circa -235%) e sono la seconda potenza economica della Terra come produzione di ricchezza, pari al quintuplo di quella italiana;  il più alto tasso di longevità (87 anni per le femmine e 82 per i maschi) il più basso tasso di natalità -record che condivide con l’Italia- e il più alto tasso di suicidi, circa 3.500 all’anno.
Uno studio dell’istituto di sociologia dell’università di Tokyo, finanziato dalla fondazione studi sociali dell’imperatore, nel 2006 evidenziò e coniò il neologismo che oggi terrorizza il Giappone: “hikikomori”.
E’ una parola che agli italiani non dice nulla, ma molto presto, purtroppo, diventerà un termine familiare
Non soltanto è finito su wikipedia, ma una richiesta ufficiale del Giappone è arrivata prima all’Onu e poi come domanda formale all’Oms, perchè venga rubricata sotto la voce “potenziale piaga sociale che può annicchilire intere nazioni”.

Ecco come wikipedia declina il termine:

“Hikikomori (引きこもり? letteralmente “stare in disparte, isolarsi”,[1] dalle parole hiku “tirare” e komoru “ritirarsi”[2]) è un termine giapponese usato per riferirsi a coloro che hanno scelto di ritirarsi dalla vita sociale, spesso cercando livelli estremi di isolamento e confinamento. Tali scelte sono causate da fattori personali e sociali di varia natura. Tra questi, la particolarità del contesto familiare in Giappone, caratterizzato dalla mancanza di una figura paterna e da un’eccessiva protettività materna, la grande pressione della società giapponese verso autorealizzazione e successo personale, cui l’individuo viene sottoposto fin dall’adolescenza. Il terminehikikomori si riferisce sia al fenomeno sociale in generale, sia a coloro che appartengono a questo gruppo sociale.
Il percorso terapeutico, che può durare da pochi mesi a diversi anni, consiste nel trattare la condizione come un disturbo mentale (con sedute di psicoterapia e assunzione di psicofarmaci) oppure come problema disocializzazione, stabilendo un contatto con i soggetti colpiti e cercando di migliorarne la capacità di interagire. Il fenomeno, già presente in Giappone dalla seconda metà degli anni ottanta, ha incominciato a diffondersi negli anni duemila anche negli Stati Uniti e in Europa

Dal 2009, in seguito all’uso massiccio di facebook e al dominio della comunicazione virtuale via web al posto di quella umana carnale nella vita reale, il fenomeno ha iniziato ad assumere chiari segnali di patologia sociale. In Giappone, il hikikomori, è aumentato dal 2009 al 2014 del 356%. E’ aumentato anche in Europa. Non esistono ancora dati ufficiali per quanto riguarda l’Italia, forse nessuno se ne occupa. Purtroppo, siamo in uno spaventoso ritardo culturale, sociale, imprenditoriale. Questo tipo di studi dovrebbe far parte al primo posto nella annuale legge di stabilità sotto la voce “ricerca e innovazione” come misura preventiva.

Secondo me, bisognerebbe cominciare a parlarne e ad alzare il livello dell’attenzione, prima che sia troppo tardi
Lo fa da tempo il più famoso romanziere giapponese, Murakami.
I suoi racconti, infatti, al di là dei paesaggi socio-onirici che lui crea, hanno tutti in comune un aspetto caratteristico: i giovani protagonisti, sia maschi che femmine, sono sempre soli, vivono da soli, se possono non escono di casa.
Sono, per l’appunto, vittime inconsapevoli del hikikomori.
Una decina di giorni fa, la giornalista Lidia Baratta, ha pubblicato sul quotidiano on-line linkiesta, un reportage proprio su questo tema, visto che in questi giorni sia l’Onu che l’Oms che l’Unicef se ne sta occupando con enorme preoccupazione
Ecco il suo pezzo e il link di riferimento:http://www.linkiesta.it/hikikomori-italia
Controllare il profilo Facebook in piena notte, rinunciare a un aperitivo per restare a chattare. Anche Internet, come l’alcol o la droga, può creare dipendenza. Le uscite fuori casa diminuiscono fino a sparire, le ore davanti a uno schermo aumentano. In Giappone, dove ne hanno contati più di un milione, gli adolescenti ritirati sociali che sostituiscono i rapporti diretti con quelli mediati da Internet si chiamano “hikikomori”. Da noi dati certi non ne esistono. Le ultime rilevazioni parlano di 240mila under 16, ma gli esperti dicono che anche in Italia gli autoreclusi dipendenti dalla Rete sono in continuo aumento.
La finestra di una chat è molto più sicura e controllabile di un bar in centro all’ora dell’aperitivo. Puoi decidere quando aprirla, selezionare cosa mostrare di te ed essere brillante al momento giusto, senza essere colto impreparato. La casa diventa un bunker dove creare il proprio spazio protetto. E il computer connesso è l’unica porta verso il mondo esterno per comunicare senza esporsi troppo.
«Stiamo registrando una crescita delle persone che si rivolgono a noi», spiega Valentina Di Liberto, sociologa e presidente dellaCooperativa Hikikomori di Milano. «Soprattutto perché c’è una maggiore consapevolezza delle dipendenze da Internet, in particolar modo da parte degli insegnanti».
L’autoreclusione parte dalla scuola, vissuta spesso come un allontanamento forzato dal mondo del Web. Suonata la campanella, non c’è altra attività che il ritiro in camera davanti a uno schermo. «Prima ci si ritira dalla scuola, poi dalla scena sociale», spiega Matteo Lancini, psicologo e psicoterapeuta presidente della cooperativa sociale Minotauro, specializzata nei disturbi adolescenziali. Anche qui, negli ultimi anni, le cure di adolescenti ritirati sociali e dipendenti dalla Rete sono in continuo aumento. «Di solito l’abbandono scolastico avviene nel biennio delle superiori, ma negli ultimi tempi viene anticipato anche alle medie», precisa Lancini. Si comincia con mal di pancia e mal di testa, per poi scoprire che sono solo sintomi fisici per sfuggire da un ambiente scolastico vissuto come un incubo. E in Italia il tasso di abbandono scolastico è ben sopra la media europea: tra il 2011 e il 2014, 167mila ragazzi hanno rinunciato al diploma.
Ritiro sociale e dipendenza da Internet sono spesso interconnessi e si sostengono reciprocamente. Dove sorge la dipendenza, aumenta il ritiro sociale. Dove c’è il ritiro sociale, aumenta l’uso della Rete come valvola di sfogo. Anche se, come Lancini precisa nel suo libroAdolescenti Navigati, «non tutti i ritirati sociali riescono ad accedere alle esperienze offerte dalla rete».
Un campanello d’allarme è il restare connessi in Rete durante la notte. «Questi ragazzi», spiega Valentina Di Liberto, «spesso invertono il ritmo circadiano, restando svegli la notte e dormendo il giorno, cominciando via via a evitare le relazioni reali, lo sport o altre attività all’aperto». Reclusi nelle loro stanze, frequentano il resto della casa quando tutti dormono. Per procurarsi del cibo, o solo delle sigarette. Poi tornano nell’incubatrice virtuale, dove tutto è più semplice e confortevole. «Non c’è un confronto diretto, non c’è un impatto emotivo né i giudizi, spesso spietati, dei compagni di classe», spiega Di Liberto. Tutto in Rete sembra sotto controllo. «Ci si può scollegare quando si vuole, decidere con chi connettersi, gestire la comunicazione. C’è una forte sensazione di controlloche non c’è invece nella vita reale».
Le modalità di dipendenza dalla Rete sono diverse, in realtà. C’è chi mantiene le relazioni solo online, chi usa i videogiochi senza alcun contatto, chi naviga solitario alla ricerca di informazioni. Qualcuno degli hikikomori, raccontano gli esperti, arriva a rispondere solo se viene chiamato con il nickname che usa in Rete e non con il vero nome. C’è chi si rinchiude per mesi, chi per anni.
Tamaki Saito è stato il primo psicoterapeuta a studiare il disturbo di Hikikomori, evidenziando anche alcune analogie tra i ragazzi giapponesi e i cosiddetti “mammoni italiani”. «Una delle caratteristiche degli hikikomori è lo stretto rapporto con una madre iperprotettiva», spiega Valentina Di Liberto. L’iperprotezione può rendere il figlio narcisista e fragile allo stesso tempo. Se la realtà non coincide con la sua idea di perfezione, c’è il rischio del rifiuto e del ritiro.
Spesso si parte da una sensazione di vergogna e inadeguatezza per il proprio corpo, che porta anche a creare identità diverse da se stessi in Rete. «Su Internet si diventa aggressivi o trasgressivi, al contrario di quello che si è nella realtà», racconta Valentina Di Liberto, «incanalando le emozioni represse che non si usano nella vita reale. Si costruiscono personaggi che hanno anche connotati fisici diversi da quelli della realtà».Ragazzi tanto silenziosi nel mondo reale, quanto disinibiti in quello virtuale. Come Lucia, 13 anni, che viene scoperta dalla nonna davanti al suo portatile mentre fotografa e posta in Rete l’unica parte secondo lei accettabile del suo corpo. O come Stefano, pacato e timido dal vivo, che diventa violento quando entra nel personaggio di un videogioco.
Ma se la Rete «diventa la difesa che la mente sceglie di utilizzare», spiega Lancini nel suo libro, «significa innanzitutto che l’adolescente sta cercando di non cedere a un dolore che, per qualità e intensità potrebbe risultare inaccessibile». E in questo caso, rispetto a chi si aliena anche dalla Rete, Internet è un’àncora di salvezza. La Rete non è la causa del ritiro dalla realtà, ma un tentativo estremo di restare agganciati al mondo esterno, dice Lancini. Non a caso, c’è chi, navigatore solitario senza contatti, comincia a guarire proprio aprendo un profilo su Facebook.«I rischi più grandi da cui si salva un ragazzo immerso nella Rete e ritirato socialmente possono essere dunque il suicidio e il break down psicotico, ovvero la perdita della speranza di riuscire a costruirsi un’identità e un ruolo sociale presentabili al mondo esterno».
E spesso proprio dalla Rete comincia la cura per i ritirati sociali. Che per definizione non vogliono incontrare nessuno, tantomeno uno psicologo stipendiato dai genitori. Non esiste un approccio univoco. Alla cooperativa Hikikomori di Milano si fanno sedute di psicoterapia individuale o di gruppo, e il Comune ha finanziato fino a giugno anche un laboratorio di consulenza gratuita per otto adolescenti con dipendenze da internet e dai videogiochi che include la consulenza ai genitori. Anche la cooperativa Minotauro ha un consultorio gratuito per chi non può permettersi sedute di psicoterapia per i propri figli adolescenti in crisi. Le dipendenze da Internet, spiega Lancini, non vengono trattate con un approccio di disintossicazione, sottraendo smartphone, router e pc. Si parte spesso dai genitori, per arrivare ai figli anche dopo molti mesi. E il primo contatto, anche con lo psicologo, molto spesso avviene in chat.
Ma Lidia Baratta non è la prima a parlarne.
Il primo articolo sull’argomento (è considerato il primo in Europa) è stato scritto da una giovane truccatrice italiana che se ne è andata a vivere a Londra dove lavora come make up artist. Si chiama Rosita Baiamonte e il suo pezzo risale al 1 Marzo del 2013, ben venticinque mesi fa, apparso sul suo sito/blog che si chiama “abattoir”.
Lo trovo un pezzo interessante. Un esempio sullo stato di salute del nostro paese, sempre ghettizzato e distratto, a parlare solo e soltanto di danaro e di partiti politici. La Baiamonte, allora, ci aveva provato con più articoli, ma vista la totale indifferenza del pubblico, ha poi lasciato perdere. Rimane il suo accredito, che io le riconosco, per essere stata la prima curiosa ad affrontare l’argomento in lingua italiana.
Ecco il suo articolo di allora con relativo link
http://www.abattoir.it/2012/03/01/hikikomori-mi-dissolvo-2/

Hikikomori: mi dissolvo

Il sol levante è portatore di novità, di tecnologie avanzate, di una quantità di suggestioni figlie di una cultura diametralmente opposta a quella occidentale; in particolare, il Giappone è una terra affascinante e per certi versi incomprensibile a noi poveri occidentali.
Ad esempio, è notizia recente quella di una donna giapponese invalida che ha rifiutato di farsi pagare una pensione d’invalidità dallo stato. Strano, assurdo, incredibile.
Sì, per noi che viviamo in un mondo popolato da falsi invalidi con pensioni d’oro, è un bel po’ strano.
Tuttavia, il Giappone è sempre fonte d’ispirazione, sia nel bene che ne male.
Nasce in Giappone il fenomeno Hikikomori, che è a tutti gli effetti una sindrome che colpisce soprattutto gli adolescenti, un fenomeno che, fino a qualche anno fa, sembrava non aver colpito l’Italia, ma che invece negli ultimi anni pare essere sbarcato anche da noi, quasi fosse una moda. 
L’hikikomori è un ragazzo che a un certo punto della sua esistenza decide di isolarsi dal mondo e dalla realtà che lo circonda, si chiude in camera e lì passa le sue giornate. La camera diventa il luogo fisico, dove egli conduce la sua vita, luogo che a poco a poco si ammassa di oggetti, di resti di cibo, di sporcizia, di polvere, quasi come se gli oggetti diventassero essi stessi hikikomori e non potessero più uscire da quel luogo, così come chi li possiede. Oggetti che, in qualche modo, lo riportano in quella realtà che egli vive e osserva solo attraverso un computer.
Egli vive di notte, di giorno oscura le finestre, odia la luce. La notte si rifugia nei social network, nei forum, dove incontra altri hikkikomori come lui, creando quasi una rete. Un po’ come accadeva qualche anno fa (ma forse accade ancora), con le adepte di Ana, la dea dell’anoressia, fenomeno quanto mai preoccupante che vedeva coinvolte centinaia di ragazze che, da un giorno all’altro, avevano messo su una rete di blog dove si scambiavano consigli su come dimagrire in fretta e su come essere sempre fedeli ad Ana (e guai a sgarrare!).
 Alienante.
L’ikikomori trasferisce nello spazio angusto della sua camera tutta la forza e l’onnipotenza che non riesce ad avere fuori da lì, nella vita vera, quasi come se vivesse dentro un videogioco dove egli è l’eroe, e in quello spazio l’hikkikomori crea, inventa, scrive, produce.
In Giappone il fenomeno è in fortissima espansione; si contano già più di un milione di casi.
Uscire dall’isolamento è difficile se non impossibile, curare dei soggetti in hikikomori è un’ardua impresa, perché rifiutano di lasciare il loro habitat e nessuno riesce a raggiungerli. Inoltre, aspetto da non trascurare è la non volontà di tornare a un’esistenza normale, perché la loro è una scelta, è un’auto esclusione dalla vita.
L’hikkikomori smette di avere bisogni pratici, non si cura di sé, del suo aspetto fisico, il suo unico bisogno è quello di espandersi mentalmente attraverso la rete, attraverso la scrittura, la pittura, la creatività.
La cosa realmente preoccupante di questo fenomeno è che l’hikkikomori finisce con l’appassire, perché si nega al sole, alla luce, ai rapporti sociali, e piano piano, deperisce e muore.
Sì, l’hikikomori è un alienato, non per natura, ma per scelta, sebbene esistano delle cause scatenanti che portano il soggetto a voler fuggire dalla realtà; ad esempio, soggetti che per natura molto timidi o che sono costantemente oggetto di scherno da parte dei coetanei sviluppano una forma di repulsione e di rifiuto verso quella società che, di fatto, ride di lui.
Tuttavia, non bisogna relegare il fenomeno a semplice apatia o forma acuta di timidezza. È qualcosa di più, è come un morbo che pian piano si espande a macchia d’olio e che sta coinvolgendo sempre più paesi, compresa l’Italia, anche se in forme diverse.
Secondo alcuni psicoterapeuti, come la Dott. Carla Ricci, autrice del libro: “Hikikomori: adolescenti, volontà di reclusioni”, il fenomeno in Italia ha preso una piega diversa e presenta dei lati meno feroci, ad esempio l’isolamento non è quasi mai totale: gli hikikomori italiani, a differenza dei giapponesi, accettano di consumare i pasti coi genitori, e di vedere, di tanto in tanto, un amico con cui passare delle ore. Questo è dovuto anche a una differente organizzazione della società e della famiglia rispetto al Giappone, dove il fenomeno è visto dalla società come un’onta e qualcosa da nascondere, per cui le famiglie non se ne preoccupano e preferiscono, anzi, agevolare l’esclusione dell’adolescente nel tentativo di nasconderlo al mondo.
Tuttavia il fenomeno italiano, pur essendo ancora marginale, desta già preoccupazione; sempre più genitori lamentano nei loro figli una sorta di apatia e di disinteresse verso tutto, per cui sempre più spesso gli adolescenti vengono affidati alle cure di psicoterapeuti e questo, in qualche modo, fa da argine a una degenerazione della patologia.
Quanti di noi non hanno attorno amici che passano la maggior parte della loro vita davanti a un pc? Che se gli chiedi: ehi, usciamo a farci una pizza? Ti rispondono: no, devo ultimare il livello, di non so quale diavolo di gioco di ruolo! Ce ne preoccupiamo? Avvertiamo che anche noi spesso ci lasciamo andare a momenti di tremenda apatia, che ci risucchia le energie e ci spegne?
Ho idea che questo fenomeno sia lontano dall’arrestarsi, magari non sfocerà mai nelle forme di totale reclusione, ma sicuramente le nuove generazioni si stanno sempre più alienando, e sempre più spesso si rifugiano in un mondo a parte, dove si sentono eroi, insuperabili, onnipotenti, anche se in realtà, sono fragili e indifesi.
E voi che ne pensate? Credete sia la solita moda esportata dal Giappone o è qualcosa che accomuna tutti gli adolescenti del mondo a prescindere dal paese? E credete che la tecnologia abbia esacerbato il fenomeno?

giovedì 14 settembre 2017

C'è Cairo nel futuro dell'Italia telesionata e narcolettica?






Sergio Di Cori Modigliani


I pentastellati, a loro totale insaputa, perchè troppo ingenui per poter aspirare a essere dei politici (quelli in buona fede) sono scesi in campo partecipando alla battaglia business tra l'asse Berlusconi/Cairo da una parte e lo Stato/Rai/servizio pubblico dall'altra, schierandosi dalla parte dei cosiddetti "poteri forti" (termine da loro stessi coniato/diffuso/sostenuto). Nel mondo finanziario e imprenditoriale italiano (soprattutto quello milanese molto ben informato) gira in maniera sempre più consistente l' ipotesi che in un futuro prossimo -forse già entro un paio d'anni- Urbano Cairo decida di scendere in campo aspirando ad andare a occupare la poltrona di primo ministro, raccogliendo l'eredità, l'esperienza e l'insegnamento del suo antico datore di lavoro a pubblitalia, il senatore Marcello Dell'Utri. Resta da chiedersi quanti, dentro il M5s, (e soprattutto quali) si rendano conto della vera natura della partita attualmente in corso verso la codificazione definitiva del Pensiero Unico.
 

Qui di seguito un interessante articolo che spiega lo stato dell'arte, a firma Giuliano Balestrieri, pubblicato sul sito businessinsider.com


Cairo cavalca i 5 Stelle per scardinare il duopolio Rai-Set: vuole il canone o più pubblicità


Lilli Gruber con Urbano Cairo. Imagoeconomica
Urbano Cairo minaccia la pax televisiva suggellata dall’ormai consolidato duopolio RaiSet (con il quale viale Mazzini e il Biscione si sostengono a vicenda). D’altra parte il momento è delicato: la raccolta pubblicitaria di La7 che non decolla, mentre il servizio pubblico della Rai è costantemente sotto i riflettori. Viale Mazzini incassa il canone più basso d’Europa, ma anche centinaia di milioni di euro dagli investitori pubblicitari (615 milioni nel 2016): soldi che fanno gola a tanti editori. E così,Cairo prova a scardinare il sistema della tv in chiaro. Sulla falsariga di quanto provò a fare Fedele Confalonieri nel 1999 dicendo “alla Rai il servizio pubblico a noi la tv commerciale”.

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Pier Silvio Berlusconi, vicepresidente di Mediaset e Fedele Confalonieri, presidente Giuseppe Cacace /AFP/Getty Images)
La scommessa politica
Sono passati quasi 20 anni, e adesso Cairo – che lo scorso anno ha conquistato il controllo di Rcs – prova l’ennesimo assalto a Viale Mazzini. La strada scelta però è più lunga, ma visione e pazienza non mancano di certo all’imprenditore milanese che nel frattempo cerca la sponda dei Cinque stelle, in attesa magari di scendere direttamente nell’arena politica. D’altra parte il 2018 è dietro l’angolo: troppo vicino perché chi è impegnato a rilanciare il Corriere della Sera e a consacrare La7 coltivi ambizioni da protagonista, ma potrebbe essere l’occasione per iniziare a sondare il terreno. Facendo attenzione agli umori della gente. E così l’asse con i grillini è quasi naturale: Cairo non ha padrini politici – pur essendo stato Silvio Berlusconi il suo mentore – così come i pentastellati non godono dei favori dell’establishment.

Nella foto Luigi Di Maio 5 stelle a Porta a Porta, sullo sfondo una foto di Beppe Grillo – foto di Maria Laura Antonelli / AGF
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Il nodo del servizio pubblico
Nel frattempo il battage comunicativo de La7 cresce d’intensità con il passare delle settimane: sempre più spesso al nome dell’emittente si cerca di affiancare la definizione di “servizio pubblico”. Per il gruppo è fondamentale la legittimazione popolare: ovvero il riconoscimento da parte degli ascoltatori di un palinsesto flessibile a costante servizio dell’informazione. Un riconoscimento che nel medio termine potrebbe spingere l’emittente a battere cassa al governo: perché – è il ragionamento che iniziano a fare in molti – una parte del canone non dovrebbe essere redistribuita a chi offre un servizio come quello della Rai?

Mario Orfeo direttore generale RAI e Monica Maggioni presidente della RAI. Armando Dadi / AGF
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Il dilemma dell’extra-gettito
Quasi un anno fa, in un’intervista a Repubblica, Gianni Minoli propose di mettere i 300 milioni di euro di extra-gettito da canone (garantiti dal pagamento in bolletta) a bando tra Rai e privati su progetti di servizio pubblico (a La7, per esempio basterebbero 50/60 milioni di euro l’anno per svoltare il conto economico): il problema è che di quella cifra solo una parte entra nelle casse di Viale Mazzini, il resto è destinato a fondi creati ad hoc dal governo. E poi Palazzo Chigi vuole usare l’extra-gettito per ridurre il costo del canone (peraltro già il più basso d’Europa).
Il canone più basso d’Europa
Insomma, un’impresa non semplice da realizzare anche volendo ignorare le difficoltà di natura contabile che sorgerebbero per la tv di Stato. Non si può dimenticare, infatti, che servirebbe un intervento normativo per modificare la convenzione decennale rinnovata la scorsa primavera. Certo basterebbe una norma di poche righe, ma chi avrebbe il coraggio di togliere alla Rai anche solo una fetta di quei 1,9 miliardi di canone sapendo che la sua omologa tedesca Ard riceve quasi 5,5 miliardi, la Bbc 4,5 e la televisione francese 2,5 miliardi? E poi perché questi soldi dovrebbero andare solo a La 7 e non a tutti quegli editori che fanno servizio pubblico?
Gli obblighi del servizio pubblico
Infine, come osserva Francesco Siliato analista del settore media e partner dello Studio Frasi “l’accezione di Servizio pubblico è disciplinata dalla convenzione. Davvero una rete commerciale è disposta ad abbassare il tetto degli spot al 4% settimanale? Davvero sono pronti a reinvestire una buona parte del canone in produzioni indipendenti? Davvero vogliono aprire sedi regionali per i loro telegiornali?”. Tradotto: l’ambizione di mettere le mani su una fetta del canone può essere attraente, ma comporta obblighi non certo indifferenti.
Il tetto all’affollamento pubblicitario
Più facile allora che la manovra serva ad aumentare le pressioni per rivedere i tetti alla pubblicità sulla tv di Stato che lo scorso anno ha incassato dai suoi investitori 615 milioni di euro. Anche in questo caso, in effetti, la situazione della Rai è piuttosto unica: le reti nazionali dei grandi paesi – dalla Gran Bretagna alla Francia – non hanno pubblicità (o se ce l’hanno è con forti limitazioni sia in termini di affollamento che di fasce orarie, ma dal canone ricevono molte più risorse della Rai). Per motivi diversi, però, sia il centrodestra che il centrosinistra hanno tutto l’interesse a mantenere lo status quo: inoltre, sono consapevoli che ogni modifica al tetto pubblicitario della Rai verrebbe letta come un regalo a Mediaset. I grillini, invece, potrebbero avere la forza per dare uno scossone al sistema. E Cairo lo sa bene.

Giannli Letta, Silvio Berlusconi e Urbano Cairo – Imagoeconomica
Basterebbe, per esempio, modificare la regola sul tetto del 4% all’affollamento pubblicitario settimanale della Rai stabilito dalla legge Gasparri: oggi la pubblicità settimanale delle tre reti Rai insieme non può superare il 4% delle ore di trasmissione; il governo, però, potrebbe fissare il tetto sul singolo canale anziché sull’intera emittente. In questo modo Viale Mazzini dovrebbe svuotare di spot Rai1 (oggi al 5,1%), ricaricando Rai3 (che è al 3% di affollamento, ma ha tariffe più basse per gli inserzionisti).
Per gli analisti ci sarebbe un travaso a quasi totale beneficio della rete ammiraglia di Mediaset, Canale5: non trovando spazio su Rai1 gli investitori preferirebbero migrare verso il canale della tv commerciale che ha più o meno lo stesso target ma soprattutto un’audience molto simile. A meno che il prossimo Parlamento vari una norma Antitrust con un tetto alla raccolta degli investimenti pubblicitari: Mediaset è costantemente vicina al 60% della raccolta totale. Fissando un limite invalicabile il travaso verso gli altri editori sarebbe quasi naturale. Se poi non dovesse cambiare nulla, Cairo potrebbe sempre sfruttare la nuova immagine di “servizio pubblico” per tentare la scalata a Palazzo Chigi.

mercoledì 13 settembre 2017

Il fascismo non è un'opinione: è un'idea del mondo da combattere con la Cultura della Conoscenza.






di Sergio Di Cori Modigliani


La rinuncia al Senso della politica identificata con la pedagogia (come era un tempo) ha portato -inevitabilmente- alla legittimazione di atteggiamenti e comportamenti deliranti e criminogeni spacciati come norma consueta e accettata.
A questo è necessario aggiungere la promozione di falliti di successo, esaltati dal fatto che l'apparenza e la visibilità hanno sostituito la competenza contenutistica.
Questi due fattori, legati l'un l'altro, stanno producendo degli effetti collaterali tragici per una inconscia (e quindi ancora del tutto inconsapevole) idea incorporata del mondo in cui viviamo, dove il "pensiero forte" non trova più accoglienza perchè viene preferito il "pensiero del più forte": drammatica differenza.


Due sono i fattori che a mio avviso vanno segnalati:

a) l'incredibile proliferazione di donne uccise con il ritrovamento di cadaveri mutilati e privi della testa mozzata, un fenomeno (ci informano le statistiche) inesistente nell'Italia precedente questo secolo. L'archivio statistico criminale del ministero degli interni ci informa che tra il 1980 e il 2010 (quindi 30 anni) in Italia sono state trovate tre donne decapitate. Tra il 2011 e il 2016 ci aggiriamo intorno al centinaio di cadaveri.
Isis docet.
Ne sanno qualcosa anche gli amanti dei film di Quentin Tarantino e i seguaci di serie televisive truculente.


b) l'idiozia attuale iconoclasta, lanciata dall'America trumpiana, si sta diffondendo anche in Italia, facendo credere alle persone che cancellare la scritta "Dux" corisponda ad un afflato democratico antifascista.
Non è così.
 

Si tratta, invece, di una ennesima incorporazione inconscia collettiva della cultura criminale dell'Isis, basata sull'idea di riscrivere la Storia a proprio uso e consumo cancellando le vestigia ereditate dal proprio passato.
La mia biografia anti-fascista è nota e impeccabile.
Nel nome dell'intelligenza e della Cultura nazionale (con la C maiuscola) che ha combattuto la piatta idiozia criminale prodotta dal fascismo mussoliniano e dagli infami aderenti alla repubblica di Salò, difendo strenuamente la salvaguardia di ogni prodotto architettonico, museale, sculturistico, letterario, musicale e pittorico del tragico ventennio fascista.
Giù le mani da Balla e D'Annunzio, e dalla squisita architettura neo-classica degli anni'30, retorici coglioni che non siete altro.

Non vi lamentate se domani arriva la nuova generazione di palazzinari iper-liberisti con gigantesche ruspe e l'ordine di demolire il quartiere di Garbatella per costruirci invece delle villette a schiera con tanti bei centri commerciali.

lunedì 11 settembre 2017

11 Settembre: l'indelebile data che commemora la salvezza dell'Europa, da tutti dimenticata. Ma non dagli italiani. O meglio: non da "un certo" italiano.

                                                                                                                                                               









di Sergio Di Cori Modigliani


La data "11 settembre" è iscritta nella memoria collettiva nostrana in maniera indelebile, facendo riferimento al crollo delle torri gemelle di Manhattan, l'epico evento post-moderno che lancia l'ingresso nell'attualità mediatica delle tragedie mondiali in diretta. 
Quelle da guardare alla tivvù, seduti comodamente in poltrona mentre dei poveri disgraziati innocenti muoiono colpiti da bombe, coltellate, terremoti, frane, alluvioni, attentati di varia natura.
Così va il nostro mondo, oggi.

Intorno al famigerato attentato del 2001 è stata costruita una gigantesca epopea complottista che ha lanciato nell'agone mediatico la stagione della grande disinformazia di massa.
I complottisti si dividono in due grandi categorie: la prima è composta da beceroni che producono, diffondono e condividono dei clamorosi falsi e delle dichiarate bugie, sorrette diabolicamente da chi intende promuovere la sottostante ideologia X e su questo falso viene poi costruita una teoria a posteriori che trova accoliti, seguaci, tifosi, per lo più ignari di essere dei propagandisti (a loro insaputa) di certi individui e/o gruppi politico-finanziari che non compaiono mai. La seconda categoria, invece, molto più diffusa e pericolosa, è basata su una base di verità oggettiva autentica (può essere un documento, una immagine, una frase, una dichiarazione provata e accertata, una solida fonte) sulla quale viene costruito un castello fittizio e fantasioso totalmente privo di alcun fondamento perchè privo delle connessioni giuste.

L'epica complottista del nine eleven appartiene a questa seconda categoria. 
Il grumo di verità accertata (documentata, provata, confessata, verificata) fa riferimento a una nota interna della Cia, relativa a una intercettazione telefonica tra Osama Bin Laden e il suo terrorista referente a Miami, datata 30 giugno 2001: "Non dimenticarti che deve essere assolutamente l'11 settembre; non può e soprattutto non DEVE essere nè il 10 nè il 12, deve essere solo e soltanto l'11". Gli analisti della Cia, quindi, sapevano 70 giorni prima che ci sarebbe stato un grosso attentato. Il punto è che non avevano la minima idea del come, e del  dove. Sapevano soltanto il quando. Soprattutto non riuscivano a capire perchè l'11 settembre, dato che nessuno riusciva a trovare una risposta adeguata e razionale.
 E' probabile che se avessero condiviso tale segreta informazione con i loro cugini del MI6, l'intelligence britannica, avrebbero immediatamente ottenuto una risposta esauriente. Senz'altro, a Londra, ci sarebbe stato qualche giovane analista, magari assunto da poco, appena uscito da Cambridge con una bella laurea umanistica, il quale avrebbe fatto un salto sulla sedia redigendo un accorato rapporto ai suoi superiori, spiegando loro che la data dell'11 settembre è stata per almeno 200 anni di seguito, in Europa, ricordata collettivamente da tutte le nazioni come il momento in cui è stato battuto militarmente il califfato musulmano ottomanno che voleva invadere l'intero continente; l'11 settembre del 1683, infatti, si è svolta la battaglia di Vienna, nel corso della quale il grande generale polacco Jan Sobieski, che era anche il re di Polonia, con 62.000 uomini battè sul campo l'armata turca composta da 160.000 soldati armati di tutto punto. Allora, come i codici dell'epoca ci riferiscono, il grande sultano Mehmed IV, meglio noto come il "Grande Califfo" scrisse che avrebbero bruciato e distrutto le grandi torri di Vienna e l'Europa intera sarebbe diventata musulmana, arresa e sottomessa al volere di Allah. Invece perse la battaglia e anche la guerra. Da quel giorno, i musulmani sono stati cacciati via dall'Europa per sempre, umiliati dalla grandiosa sconfitta. Questo avrebbe detto il giovane analista ai suoi superiori.
Gli inglesi amano la Storia, la sanno leggere, la sanno descrivere, la sanno ricordare e raccontare sia in maniera colta che divulgativa. Gli americani non hanno questa tradizione.
Personalmente, sono assolutamente convinto che se gli inglesi avessero letto quella nota della Cia sarebbero stati in grado di capire che cosa bolliva in pentola.
Gli americani, invece, presuntuosi e zucconi, non avendo trovato la connessione giusta, non hanno capito come si stavano mettendo le cose.
Da questo errore di valutazione, i complottisti si sono mossi sostenendo che, non soltanto la Cia sapeva tutto, ma addirittura l'attentato se lo sono costruiti loro.
Gli storici più equilibrati, invece, sostengono che questa tesi complottista sia stata "inventata" ad arte proprio dalla stessa Cia. Per l'immagine dell'intelligence statunitense era molto meglio essere visti come diabolici e perversi organizzatori, piuttosto che come ignoranti cialtroni.
Tendo a sottoscrivere questa interpretazione.
La data dell'11 settembre del 2001 aveva, inoltre, un'altra particolarità, segnalata e identificata da storici francesi, ricercatori presso la Ecole des Haute Etudes di Parigi. Tra il 2001 e il 1683 ci sono 318 anni di distanza. Casuale? Gli storici si sono messi al lavoro e hanno scoperto che il numero 318 è un numero sacro e ritualmente simbolico per i cattolici perchè indica il crocifisso. E i teologi colti musulmani lo sapevano benissimo. L'identificazione di questa data con la Croce è antichissima. Risale a un periodo tra il 70 e il 90 e appartiene a un testo scritto in greco antico. Si chiama la Lettera di Barnaba ed è anonima. L'Enciclopedia cattolica sostiene che sia stata redatta invece nell'anno 130 e sulla idenfificazione della data certa ancora discutono. Ciò che conta è che tale testo, per diversi secoli (fino al Rinascimento) è stato considerato sacro e addirittura incorporato per 600 anni nel Nuovo Testamento. In questa "Lettera Sacra" il numero 318 viene definito come la chiave segreta che apre la porta verso il mondo invisibile e rappresenta il simbolo del crocifisso. 
E' un interessantissimo trattato teologico che sintetizza il concetto di fede e conoscenza. Sosteneva Barnaba che "senza intelligenza non c'è sapienza; senza sapienza non c'è scienza; senza scienza non c'è conoscenza; senza conoscenza non c'è fede".
La Lettera di Barnaba oggi non gode di grande fortuna presso i teologi cattolici perché è considerata troppo elitista, ma anche i più critici riconoscono il testo come fondativo della civiltà cattolica. Nelle scuole coraniche del Pakistan, nel corso dedicato allo studio di altre religioni, è studiato da sempre. Anche nella scuola coranica che era stata frequentata da Bin Laden.
Secondo i francesi e gli inglesi (gli statunitensi ancora non ci credono) la data è stata selezionata da Bin Laden per manifestare la "vendetta storica" ponendo le basi per una nuova sfida 318 anni dopo. Gli americani, invece, sostengono sia stata una scelta casuale dovuta a circostanze di carattere pragmatico.
Essendo opinioni sono tutte lecite. Io sto con gli analisti anglo-francesi.
L'11 settembre, dunque, per l'Europa,  e quindi per gli europei, va riferito al 1683, a mio avviso.
Non vorremmo mica deludere Osama Bin Laden!

La battaglia di Vienna fu un evento epico, impresso per diversi decenni negli europei. Il generale Kara Mustafa, totalmente convinto di vincere, si portò con sè diversi scrittori. Il cronista turco Mehmed der Silihdar così raccontò l'alba dell'11 settembre: 
"Gli infedeli spuntarono sui pendii con le loro divisioni come nuvole di un temporale, ricoperti di un metallo blu. Arrivavano con un'ala di fronte ai valacchi e moldavi addossati ad una riva del Danubio e con l'altra ala fino all'estremità delle divisioni tartare, coprivano il monte ed il piano formando un fronte di combattimento simile ad una falce. Era come se si riversasse un torrente di nera pece che soffoca e brucia tutto ciò che gli si para innanzi. Non era possibile fermarli".
Non gli andò bene a Mustafa.
Ritornato in Turchia dopo la batosta, venne arrestato dal Sultano Mehmed IV e incarcerato a Belgrado (ancora nelle mani turche); rinchiuso in un sotterraneo a pane e acqua con la consegna di ucciderlo "lentamente" nel caso i soldati della Santa Alleanza europea avessero deciso di attaccare Belgrado. Il 25 dicembre del 1683 venne strangolato con la garrota.

Un giornalista free lance greco (figlio di madre polacca) sconosciuto ai media mainstream, Miltiades Varvounis, nel 2012 ha deciso di raccontare la storia del re di Polonia Jan Sobieski, il generale che guidò la cavalleria nell'attacco vincente contro l'armata turca. Snobbato dagli storici accademici, (dopo aver ingoiato rospi di invidia malcelata) si sono dovuti ricredere in seguito ad un impressionante successo editoriale in tutta l'Europa settentrionale e orientale. 
Il suo libro "The king who saved Europe" è diventato celebre e famoso. Non nei paesi latini mediterranei dove è stato scelto di non diffonderlo e non parlarne. Lo trovate (se vi interessa) in lingua inglese su Amazon e potete leggere una intervista all'autore su un sito irlandese della Chiesa di Roma che si occupa della cultura cattolica (http://www.ncregister.com/blog/cgress/the-warrior-king-who-saved-europe-from-islam). 
Il libro è divertentissimo e ritengo che si tratti di una penosa forma di censura difensiva della nostra cultura non averne parlato.

Non si può non parlare del delizioso film che un bravo cineasta italiano ha realizzato nel 2013 (il titolo del film è "11 settembre 1683"). L'autore è Renzo Martinelli, nome che non dice nulla al grande pubblico, ma molto apprezzato sia dalla critica che da indomabili guerrieri cinefili, che aveva già firmato nel 2001 il film "Vajont" nel quale narrava la tragedia della diga crollata.
Il film è interpretato da Murray Abraham, Enrico Lo Verso e Alicija Bachleda.
In Italia nessuno ne ha parlato, così come è passato sotto silenzio il libro di Varvounis.

Così va l'Italia, oggi.







giovedì 7 settembre 2017

Come i terroristi si fanno finanziare dai governi della Svizzera e del Regno Unito.

  • Pur incassando il denaro dei contribuenti svizzeri, Abu Ramadan, un noto salafita, ha invocato l'introduzione della legge della sharia in Svizzera, esortando i musulmani a non integrarsi nella società elvetica. Ha anche detto che i musulmani che commettono reati in Svizzera non dovrebbero essere soggetti alle leggi elvetiche.
  • "Questo scandalo è talmente grosso che si fa fatica a crederci. Gli imam che predicano l'odio nei confronti dei cristiani e degli ebrei e coloro che criticano la depravazione dell'Occidente ottengono l'asilo e vivono comodamente di prestazioni sociali come rifugiati. Tutto questo con la complicità di vili e incompetenti autorità che danno carta bianca a subalterni ingenui e compiacenti del sistema di accoglienza e assistenza per migranti." – Adrian Amstutz, parlamentare svizzero.
  • I funzionari comunali di Lund proseguono imperterriti e hanno lanciato un progetto pilota volto a fornire ai jihadisti svedesi di ritorno dalla Siria alloggio, impiego, istruzione e altri aiuti finanziari – tutto grazie ai contribuenti svedesi.
Secondo l'emittente pubblica radiotelevisiva svizzera SRF, un imam libico che ha esortato Allah a "distruggere" tutti i non musulmani ha ricevuto più di 600mila dollari sotto forma di benefit sociali e sussidi.
Abu Ramadan è arrivato in Svizzera nel 1998 e ha ottenuto asilo politico nel 2004 dopo aver dichiarato di essere perseguitato dal governo libico per la sua affiliazione ai Fratelli musulmani. Da allora, secondo SRF, l'imam ha incassato 600mila franchi svizzeri di aiuti sociali.
Anche se Ramadan vive in Svizzera da quasi venti anni, parla a malapena francese e tedesco e non ha mai avuto un lavoro stabile. L'uomo, 64 anni, presto avrà diritto a percepire una pensione statale elvetica.
Pur incassando il denaro dei contribuenti svizzeri, Abu Ramadan, un noto salafita, ha invocato l'introduzione della legge della sharia in Svizzera, esortando i musulmani a non integrarsi nella società elvetica. Ha anche detto che i musulmani che commettono reati in Svizzera non dovrebbero essere soggetti alle leggi elvetiche. In un sermone pronunciato di recente in una moschea nei pressi di Berna, Ramadan ha detto:
"Oh Allah, ti prego di distruggere i nemici della nostra religione, distruggi gli ebrei, i cristiani, gli induisti, i russi e gli sciiti. Dio, ti chiedo di distruggerli tutti e di restituire all'Islam la sua antica gloria".
Saïda Keller-Messahli, un'attivista per i diritti umani svizzero-tunisina, ha dichiarato che Ramadan è pericoloso a causa della sua opposizione all'integrazione musulmana: "Si tratta di qualcuno che non invoca direttamente il jihad, ma crea il terreno fertile per esso".
Adrian Amstutz, un deputato federale, ha accusato il multiculturalismo elvetico di essere la causa di questa situazione:
"Questo scandalo è talmente grosso che si fa fatica a crederci. Gli imam che predicano l'odio nei confronti dei cristiani e degli ebrei e coloro che criticano la depravazione dell'Occidente ottengono l'asilo e vivono comodamente di prestazioni sociali come rifugiati. Tutto questo con la complicità di vili e incompetenti autorità che danno carta bianca a subalterni ingenui e compiacenti del sistema di accoglienza e assistenza per migranti".
Beat Feurer, un consigliere comunale di Biel, la città tedesca in cui vive da venti anni Ramadan, ha invitato le autorità tedesche ad aprire un'indagine: "Personalmente, penso che tali persone non abbiano niente da fare qui. Dovrebbero essere espulse".
Lo scandalo Ramadan non è un caso a sé stante, è un fenomeno a cui si assiste in altri paesi europei, dove migliaia di jihadisti più o meno violenti potrebbero utilizzare i sussidi statali per finanziare le loro attività. Una guida per jihadisti presenti in Occidente – dal titolo "Come sopravvivere in Occidente" – diffusa dallo Stato islamico nel 2015 raccomandava loro: "Se riuscite a beneficiare di sussidi extra, fatelo".
In Austria, più di una dozzina di jihadisti hanno incassato prestazioni sociali per finanziare i loro viaggi in Siria. Tra questi, Mirsad Omerovic, 32 anni, un predicatore islamico estremista che secondo la polizia ha raccolto centinaia di migliaia di euro per la guerra in Siria. Omerovic, padre di sei figli che vive esclusivamente di sussidi erogati dallo Stato austriaco, ha beneficiato di sussidi supplementari per congedo di paternità.
In Belgio, alcuni dei jihadisti autori degli attacchi di Bruxelles e Parigi, in cui nel 2015 e nel 2016 sono morte 162 persone, hanno ricevuto più di 50mila euro (59mila dollari) sotto forma di prestazioni sociali, che hanno usato per finanziare i loro piani terroristici. Fred Cauderlier, un portavoce del primo ministro belga, ha difeso i sussidi sociali dicendo: "Questa è una democrazia. Non abbiamo strumenti per controllare come le persone spendono le somme loro elargite".
Secondo il Ministero della Giustizia, soltanto nel Brabante fiammingo e a Bruxelles, decine di jihadisti che hanno combattuto in Siria hanno ricevuto almeno 123.898 euro (150.000 dollari) di prestazioni indebite.
In precedenza, il quotidiano fiammingo De Standaard aveva scritto che 29 jihadisti di Anversa e Vilvoorde hanno continuato a percepire sussidi di mille euro al mese (1.200 dollari) dopo essersi recati in Siria e Iraq a combattere per lo Stato islamico. Il sindaco di Anversa, Bart de Wever ha dichiarato: "Sarebbe ingiusto se queste persone beneficiassero dei programmi sociali e utilizzassero, ad esempio, le loro indennità di disoccupazione per finanziare la loro lotta in Siria".
Nel febbraio scorso, l'Istituto nazionale per l'occupazione (RVA) ha rivelato che 16 jihadisti che avevano fatto ritorno in Belgio dopo essersi recati a combattere in Siria ricevevano assegni di disoccupazione. Il portavoce dell'RVA, Wouter Langeraert, ha detto:
"Noi viviamo in uno Stato costituzionale. Non tutti i combattenti siriani che sono rientrati si trovano in prigione. Alcuni soddisfano tutti i requisiti giuridici; non sono tutti in prigione, si sono di nuovo registrati nel loro Comune, sono in cerca di lavoro etc.".
In Gran Bretagna, i contribuenti hanno finanziato Khuram Butt, il leader del commando terrorista che ha colpito il London Bridge e il Borough Market, in cui hanno perso la vita otto persone e 48 sono rimaste ferite.
Salman Abedi, l'attentatore suicida di Manchester, ha usato i prestiti e gli aiuti agli studenti sovvenzionati dai contribuenti per finanziare il suo piano terroristico. Abedi ha ricevuto almeno 7.000 sterline (7.000 dollari) dalla Student Loans Company dopo essersi iscritto al corso di laurea in Economia aziendale alla Salford University nell'ottobre 2015. Si ritiene che abbia ricevuto altre 7.000 sterline durante l'anno accademico 2016, anche se allora aveva già mollato la facoltà. Pare anche che Abedi abbia ricevuto un'indennità di alloggio e un sostegno al reddito di importo equivalente fino a 250 sterline a settimana.
David Videcette, un ex detective della polizia di Manchester che ha partecipato alle indagini sugli attentati terroristici del 7 luglio 2005 a Londra, parlando del sistema dei prestiti per studenti ha detto:
"È un modo semplice per un terrorista per finanziare le sue attività a spese del contribuente. Tutto quello che deve fare è iscriversi all'università e poi sparire. Spesso non hanno alcuna intenzione di comparire".
Il professor Anthony Glees, direttore del Centre for Security and Intelligence Studies della Buckingham University, ha affermato: "Il sistema britannico rende i fondi facilmente accessibili agli studenti jihadisti senza effettuare alcun genere di controllo. Occorre avviare un'indagine su questo".
Invece, Shahan Choudhury, un jihadista di 30 anni originario del Bangladesh che si è radicalizzato in una prigione inglese, ha usato i sussidi sociali erogati dal governo per portare la sua famiglia, compresi tre figli piccoli, in Siria, per unirsi allo Stato islamico. Secondo la padrona di casa, la famigliola è sparita di notte, lasciando tutte le proprie cose nell'appartamento dell'East London.
Nel 2015, è emerso che tre sorelle di Bradford che si erano recate in Siria ricevevano ancora delle indennità. Khadija, 30 anni, Zohra, 33, e la 34enne Sugra Dawood che hanno portato con loro i nove figli hanno utilizzato gli aiuti al reddito e gli sgravi fiscali per la prole per finanziare il loro viaggio.
Più di recente, un Freedom of Information Request ha rivelato che Anjem Choudary, un islamista che sta scontando una condanna di 5 anni e mezzo per la sua attività di sostegno all'Isis, ha ricevuto più di 140mila sterline (180mila dollari) di assistenza legale finanziata con il denaro dei contribuenti per il suo fallito piano di evitare la prigione. La cifra è destinata a lievitare dal momento che i suoi legali continuano a presentare ricorsi. Questo padre di cinque figli ha preteso fino a 500mila sterline (640mila dollari) di benefit sociali, da lui definiti come una "indennità per il reclutamento per il jihad".
Choudary ritiene che i musulmani abbiano diritto ai sussidi sociali perché sono una forma di jizya, una tassa imposta ai non musulmani per rammentare loro che sono sempre inferiori e sottomessi ai musulmani.
Anjem Choudary, un islamista britannico che sta scontando una pena detentiva per la sua attività di sostegno all'Isis, ritiene che i musulmani abbiano diritto ai sussidi sociali perché sono una forma di jizya, una tassa imposta ai non musulmani per rammentare loro che sono sempre inferiori e sottomessi ai musulmani. ha incassato fino a 500mila sterline (640mila dollari) di benefit sociali, da lui definiti come una "indennità per il reclutamento per il jihad". (Fonte dell'immagine: Oli Scarff/Getty Images)
I media britannici hanno riportato che prima del suo arresto Choudary incassava più di 25mila sterline (32mila dollari) l'anno di benefit sociali. Tra l'altro, il predicatore radicale percepiva 15.600 sterline l'anno di indennità di alloggio per mantenerlo in una casa da 320.000 sterline a Leytonstone, nell'East London. Ha inoltre beneficiato di una detrazione fiscale di 1.820 sterline, di un sostegno al reddito pari a 5.200 sterline e ha percepito assegni familiari per l'importo di 3.120 sterline. Non essendo i benefit sociali sottoposti a tassazione, il suo reddito corrispondeva a uno stipendio di 32.500 sterline (42mila dollari). A titolo di raffronto, nel 2016 le retribuzioni medie annue dei lavoratori a tempo pieno in Gran Bretagna erano di 28.200 sterline (36.500 dollari).
Altri esempi di abusi del sistema assistenziale da parte dei jihadisti, possono essere visionati qui.
In Danimarca, secondo quanto riferito dal Servizio di sicurezza e di intelligence (PET), i jihadisti troppo malati per lavorare ma abbastanza sani per combattere per lo Stato islamico hanno beneficiato di sussidi di invalidità, prestazioni di malattia e assegni di pensione anticipata erogati dallo Stato danese.
In passato, un documento prodotto dal Ministero del Lavoro aveva rivelato che più di 30 jihadisti danesi hanno continuato a percepire benefit sociali, pari a 672mila corone danesi (92mila dollari), anche dopo essersi uniti allo Stato islamico in Siria.
Il ministro del Lavoro Troels Lund Poulsen ha dichiarato:
"È del tutto inaccettabile ed è vergognoso. Deve essere fermato. Se ci si reca in Siria per partecipare al jihad, per diventare un guerriero dell'Isis, allora ovviamente non si dovrebbe avere alcun diritto a ricevere benefit dal governo danese".
In Francia, il governo ha tagliato le prestazioni sociali a circa 300 individui identificati come jihadisti. La Francia è il più grande esportatore di combattenti stranieri in Iraq e Siria, con più di 900 jihadisti che si trovano all'estero.
In Germania, Anis Amri, un tunisino di 23 anni, autore dell'attacco letale al mercatino di Natale a Berlino, ha utilizzato diverse identità per incassare illegalmente i sussidi sociali. Sembrerebbe che le autorità tedesche fossero a conoscenza della frode, ma non sono intervenute.
Invece, un jihadista residente a Wolfsburg, che ha portato la moglie e due figli piccoli in Siria, ha continuato a ricevere prestazioni sociali dallo Stato, pari a decine di migliaia di euro, per un intero anno dopo aver lasciato la Germania. Le autorità locali hanno detto che la legge tedesca sulla privacy impedisce loro di sapere quali famiglie abbiano lasciato il paese.
Complessivamente, è stato rilevato che più del 20 per cento dei jihadisti tedeschi che combattono in Siria e in Iraq percepiva benefit sociali da parte dello Stato; e dopo il loro rientro in Germania, i jihadisti potranno ricominciare a ricevere assegni assistenziali. Il ministro degli Interni del land della Baviera, Joachim Hermann, ha dichiarato:
"Non saremmo mai dovuti arrivare a questo. Il denaro dei contribuenti tedeschi non avrebbe mai dovuto finanziare direttamente o indirettamente il terrorismo islamista. I sussidi di questi parassiti terroristi dovevano essere tagliati subito. Non lavorare e diffondere il terrore a spese dello Stato tedesco non è solo estremamente pericoloso, è anche la peggior provocazione e infamia!"
Nei Paesi Bassi, il governo ha interrotto l'erogazione di sussidi a decine di jihadisti. Un combattente olandese di nome Khalid Abdurahman è apparso in un video di YouTube con cinque teste mozzate. Originario dell'Iraq, l'uomo ha vissuto per oltre dieci anni grazie al welfare, prima di unirsi allo Stato Islamico in Siria. I servizi sociali olandesi lo hanno dichiarato non idoneo al lavoro e i contribuenti gli hanno pagato i farmaci per il trattamento della claustrofobia e della schizofrenia.
La legge per tagliare i benefit sociali ai jihadisti non si estende ai prestiti per gli studenti: il vicepremier Lodewijk Asscher ha detto che un divieto del genere sarebbe controproducente perché renderebbe più difficile il reintegro dei jihadisti.
In Spagna, Saib Lachhab, un jihadista marocchino di 41 anni residente nella città basca di Vitoria, ha accumulato 9mila euro (11mila dollari) di sussidi per finanziare il suo piano di unirsi allo Stato islamico in Siria. Ogni mese, l'uomo riceveva 625 euro (750 dollari) dal governo centrale e 250 euro (300 dollari) dal governo basco. Percepiva inoltre 900 euro (1.075 dollari) al mese di assegni di disoccupazione.
Samir Mahdjoub, un jihadista algerino di 44 anni residente nella città basca di Bilbao, ha ricevuto 650 euro (780 dollari) al mese di sussidi pubblici e 250 euro (300 dollari) di sostegno all'alloggio. Redouan Bensbih, un jihadista marocchino di 26 anni residente nella città basca di Barakaldo, ha incassato 836 euro (mille dollari) di sussidi sociali al mese dopo essere stato ucciso su un campo di battaglia siriano. La polizia ha infine arrestato nei Paesi Baschi cinque musulmani che intercettavano i pagamenti e li dirottavano in Marocco. Le autorità basche hanno detto che gli aiuti continuavano ad essere erogati perché non era stata loro notificata la morte dell'uomo.
Ahmed Bourguerba, un jihadista algerino di 31 anni residente a Bilbao, ha percepito 625 euro (750 dollari) al mese di benefit sociali e 250 euro (300 dollari) di sostegno all'alloggio fino a quando non è finito in prigione per reati di terrorismo. Mehdi Kacem, un jihadista marocchino di 26 anni residente nella città basca di San Sebastian, ha incassato 800 euro (950 dollari) al mese di sussidi fino a quando non è stato arrestato per appartenenza allo Stato islamico.
In passato, una coppia pakistana residente a Vitoria era stata accusata di aver falsificato documenti di identità per ottenere in modo fraudolento benefit sociali per dieci persone inesistenti. La polizia ha detto che i due hanno frodato il governo basco di più di 395mila euro (475mila dollari) nell'arco di tre anni.
In Svezia, secondo un rapporto elaborato dal Collegio nazionale di Difesa, 300 cittadini svedesi hanno continuato a ricevere aiuti sociali anche dopo aver lasciato il paese per andare a combattere in Siria per l'Isis. Nella maggior parte dei casi, i jihadisti hanno usato amici e familiari per gestire le pratiche, creando l'illusione che loro fossero ancora in Svezia.
Il convertito musulmano Michael Skråmo, ad esempio, ha incassato più di 50mila corone svedesi (5mila dollari) di benefit sociali dopo essersi recato in Siria con la moglie e i quattro figli. E questo, fino a un anno dopo che aveva lasciato Göteborg.
Magnus Ranstorp, uno degli autori del report, ha chiosato che i sussidi sociali evidenziano la debolezza dei meccanismi di controllo svedesi:
"Per qualche tempo, Michael Skråmo è stato uno dei più noti simpatizzanti dell'Isis. La polizia dovrebbe essere in grado in qualche modo di lanciare l'allarme e informare tutte le autorità quando qualcuno si è recato laggiù".
Nel frattempo, l'Arbetsförmedlingen, l'agenzia governativa svedese per l'impiego, ha interrotto un progetto pilota finalizzato ad aiutare i migranti a trovare lavoro dopo aver scoperto che i dipendenti musulmani dell'agenzia assumevano i jihadisti svedesi. Operativi dello Stato islamico avrebbero corrotto – e in alcuni casi minacciato – i dipendenti dell'agenzia nel tentativo di reclutare combattenti dalla Svezia.
Ma i funzionari comunali di Lund proseguono imperterriti e hanno lanciato un progetto pilota volto a fornire ai jihadisti svedesi di ritorno dalla Siria alloggio, impiego, istruzione e altri aiuti finanziari – tutto grazie ai contribuenti svedesi.